LETTERE DAL CARCERE

 

 

   
 

"Il mio nome non scriverlo, mi raccomando. Ho troppa paura"

 

Carcere di …... Vera è arrivata alla Casa Circondariale Femminile di ….. due mesi fa: indossava l’uniforme bianca e il copricapo necessari alla sua professione e, malgrado i suoi soli ventun anni, aveva lo sguardo duro di chi, della vita, ha già sperimentato troppi aspetti negativi. Con sfida ci aveva detto: "Ho preso un anno e mezzo, ma fra pochi giorni esco". Invece è ancora qui e, con mille timori e ripensamenti, ha accettato di raccontare la sua storia.

"Il mio nome non scriverlo, mi raccomando. Ho troppa paura. Sono albanese, nata e cresciuta a Durazzo. Avevo appena compiuto sedici anni e stavo andando a scuola, prendevo lezioni private di italiano perché l’Italia era il mio sogno. Speravo di venirci un giorno, quando sarei stata grande, e volevo essere pronta.

Una mattina presto, mentre camminavo con i miei libri sotto al braccio, si è fermata una macchina, ne sono scesi tre uomini, mi hanno afferrato in malo modo e mi hanno sbattuto dentro. Ho fatto appena in tempo a vedere la mia roba per terra, poi mi hanno narcotizzata.

Sì, forse ho gridato, ma in quel periodo l’Albania era come il Far West, la gente non ci faceva caso. Mi sono svegliata nella periferia di un’altra città, in una brutta casa diroccata un po’ distante dalle altre. C’erano già tre ragazze: erano state rapite come me e fecero presto a spiegarmi come funzionava. Se obbedivi ciecamente ti lasciavano stare, al minimo dissenso ti riempivano di botte. Ho pianto a lungo. Poi ho capito che non serviva a nulla. Così, quando mi hanno portata al gommone, ho camminato spedita e sono stata zitta.

Siamo sbarcati su una spiaggia vicino a Bari. C’erano alcune auto ad aspettarci. Auto italiane, guidate da italiani, scrivilo. Ci hanno accompagnati a Torino senza intoppi, in un appartamento dove già c’erano altre ragazze che lavoravano.

Sì, sulla strada: e dove sennò? Anche lì violenze, botte e minacce. Avevamo tanta paura che abbiamo preso il passaporto falso che ci hanno fornito, l’abbiamo messo nella borsetta e ci siano adeguate senza fiatare. Dopo qualche mese ci hanno fermate, come succede spesso. Ci hanno portate al Commissariato, identificate e segnalate. Sui miei documenti c’era scritto che avevo ventisei anni: non hanno avuto dubbi, non se ne sono accorti che avevo dieci anni di meno. Già, come mai? Forse erano stanchi.

Dopo questo episodio i nostri… come si chiamano… padroni ci hanno cambiato i passaporti, ci hanno caricate in macchina e ci hanno portate a Genova. Città diversa, stesso appartamento, stessa vita sulla strada, dieci-dodici ore al giorno. E paura, tanta paura.

Era già un anno che durava quando un giorno successe che un cliente mi vide piangere. Mi chiese, si interessò e io gli raccontati tutta la storia. Aveva cambiato faccia, era diventato tutto rosso dalla rabbia. Mi spiegò che era un poliziotto e che era sposato, ma che, se promettevo di dimenticarmi la sua faccia e il suo nome, mi avrebbe aiutata. Ho avuto fiducia. Tanto, che poteva accadermi di peggio? Mi ha portato dalle suore e mi ha lasciata lì. Mi hanno aiutata, certo. Ero incinta, ho abortito. Dopo un po’ di tempo, quando mi sono rimessa, mi hanno rimandata a casa mia.

I miei avevano denunciato il rapimento e mi avevano cercata dappertutto. È scoppiato uno scandalo enorme: altre quaranta ragazze sono andate in tribunale a raccontare una storia simile alla mia e ad accusare le stesse persone. Chissà quante altre non hanno trovato il coraggio di farlo.

I tre sono stati processati e condannati: avevano rubato, estorto, contrabbandato e ucciso. Hanno preso centinaia di anni di carcere.

I nomi? I nomi no, non te li dico, ho ancora paura. I loro amici sono ancora in giro, che ti credi?

Dopo tutto questo, io a casa non ci potevo rimanere: in Albania, se non sei vergine, non ti vuole più nessuno. Sono tornata in Italia appena ho compiuto i diciotto anni. Documenti regolari, lavoro regolare, una casa, un uomo. Stavo anche diventando brava nel mio mestiere: i miei datori di lavoro, gente onesta e gentile, erano come una seconda famiglia. Non desideravo niente altro.

Poi un giorno di due mesi fa è arrivata la polizia e mi ha arrestata: ero stata condannata in contumacia per il passaporto falso che mi avevano sequestrato a Torino cinque anni prima. Capisci? Ho cercato di spiegare cosa era accaduto, ma non mi ascolta nessuno".

Sembra infatti che nessuno sia in grado di "ascoltare" Vera. Per meglio dire, nessuno sembra in grado di mostrare il volto clemente della Giustizia a una giovane donna che ha già sofferto abbastanza. Forse la legge non lo permette, perché oggettivamente una condanna c’è, e chiedere una revisione del processo esige una lunga e burocraticamente complicata trasmissione di atti giuridici albanesi. Intanto Vera aspetta che le sia concesso l’affidamento con la calma di chi ne ha viste di peggio."Se non me lo danno, chiedo l’espulsione. Cos’altro posso fare? Significa che per me, in Italia, una vita normale non è possibile".

 

 

Che posso dire del rapporto con i miei figli?

Che al momento sono "perduti", ma tornerò e li ritroverò

 

Questo scriveva Giuliana, detenuta con quattro figli fuori, ad aspettarla. Con la legge Finocchiaro, Giuliana li ha ritrovati. Il testo che qui riportiamo è una riflessione drammatica, nella sua brutalità, sulla durezza della separazione di una madre detenuta dai figli.

"Che cosa mi sta succedendo, da quando sono in carcere? Nella mia mente, che ora non riceve nessuno stimolo-distrazione esterna, continuano ad affollarsi un’infinità di ricordi, e spesso mi tormento con i sensi di colpa, io mi do sempre la colpa. Lo trovo strano, perché fuori non mi soffermavo molto sul passato ma ero presa dal presente e proiettata nel futuro, anche se gli ultimi anni sono stati parecchio difficili, perché dovevo vivere con "la spada di Damocle", ovvero, c’era sempre in agguato il rischio del mio rientro in carcere, che poi da rischio è diventato realtà.

Luca l’ho lasciato con 4 denti e non camminava ancora, ora parla. Al telefono ride e dice ciao, a tutti i bambini piace giocare con il telefono e sentire chi parla, sento la voce di mia madre che lo invita a dire "ciao mamma", ma lui dice solo ciao: del resto, come può chiamarmi mamma se non sa chi sono, e la sua mamma ora è la nonna? Matteo invece non mi vuole neppure salutare, è offeso, si sente ingannato. Quando mi hanno portata via a lui che piangeva disperato in braccio alla nonna gli ho detto che tornavo presto. Le prime volte che lo sentivo al telefono piangeva e mi diceva: "Vieni tu"; anche un mese fa all’ultimo colloquio è stata la prima cosa che mi ha chiesto: "Vieni a casa?". Gli ho detto che "la mamma deve stare ancora un poco qui, ma poi viene a casa, presto". Non mi ha detto niente ma nei suoi occhi ho letto la delusione, ha 3 anni. Piangendo rivedo Lara quando 9 anni fa al primo colloquio dopo 3 mesi che non la vedevo mi ha detto: "Resto con te"! "Non puoi". "Perché?". E non potevo più risponderle, due agenti mi stavano portando via. Anche lei non aveva ancora tre anni e io so che qualcosa le si è spezzato dentro: lei mi vuole bene, ma nello stesso tempo mi respinge, ha sofferto troppo, si difende.

Andrea, il mio bambinone, sempre allegro ma anche tanto fragile. Quando mi hanno arrestato, in caserma l’ho allattato l’ultima volta, lui si era addormentato e quando si è risvegliato io non c’ero più. Io vivevo in simbiosi con i primi due, per i miei genitori i primi mesi sono stati drammatici. Li vedevo poco, sono lontani, il viaggio è stressante per tutti, ci sentiamo al telefono e quando chiedo "Cosa fate? raccontami qualcosa", mi rispondono "Il solito". Già, il solito... Che posso dire del rapporto con i miei figli? Che al momento sono "perduti", ma dico al momento perché tornerò e li ritroverò".

Giuliana adesso è fuori, in famiglia: lei è una delle poche che, finora, hanno usufruito della nuova legge sulle detenute madri. Quelle che seguono sono le sue prime impressioni di un ritorno, non facilissimo, a casa.

 

Sono tornata e li ho ritrovati 

Andrea era così emozionato che piangeva, quanto mi ha aspettato, quante volte le sue speranze sono state frustrate… Matteo non riusciva a parlare, Luca, quello che temevo non mi riconoscesse più, è stato subito affettuoso. Lara mi osservava.

"Siete contenti che la mamma è qui? Sono tornata, resto, non vado più via!". "Penso di sì". La risposta di Lara.

Poi si sono scatenati: ognuno di loro mi faceva vedere le proprie cose per rendermi partecipe della sua vita, contemporaneamente (naturalmente!)… un’esplosione di energia. Ed io stavo arrivando da diciotto mesi di vita statica, semi isolata.

Un forte impatto emotivo, e un forte impatto nelle dinamiche famigliari: tre donne (mia madre, mia sorella, io), quattro bambini, possono nascere incomprensioni, crearsi tensioni.

In carcere ci si trova in una sospensione temporale, si è rinchiusi, i ritmi di vita sempre uguali, senza novità, sono subiti, agli arresti domiciliari invece sei rinchiuso in casa tua.

Sono in famiglia, ci sono stati alcuni momenti in cui mi sono sentita demoralizzata, insicura, spersa.

Vai dentro ed è uno shock, esci ed è un altro shock. Ma è normale che in famiglia possano esserci dei problemi, nulla comunque che non si possa risolvere con un dialogo franco.

La nonna e la zia Lilli sono felicissime del mio ritorno, io sono grata a loro, se ho ritrovato subito i miei figli è perché hanno coltivato con loro il mio ricordo e hanno atteso il mio ritorno.

Ora i miei famigliari sono in vacanza, al mare. Io sono sola a casa e mi "riassesto", sto in casa, non posso avere visite, non posso gestire il telefono. Ho l’obbligo di mantenere i contatti con i servizi sociali, mi guardo intorno, scopro che qui per fortuna c’è un’ampia offerta di servizi e di proposte di formazione professionale.

Qualche settimana per me

 

Nelle due ore in cui posso uscire, due ore di libertà, vado in bicicletta in mezzo al verde. Un mese che sono fuori dal carcere, è volato! Sono agli arresti domiciliari, sto scontando una pena in una forma alternativa alla detenzione che, anche se sono a casa, è una limitazione della libertà, ma certo non è paragonabile a quella del carcere: basta pensare che ora vedo, tocco, ascolto i miei figli.

 

 

 

Il mio zio italiano

 

Il mio nome è Olga, sono nata in Ucraina. A diciassette anni sono andata a Mosca per studiare, ho frequentato una scuola tecnica e poi mi sono sposata. Mio marito era un uomo buono, lavorava forte e con lui stavamo benissimo, io e i nostri due bambini. Il suo lavoro stava al primo posto, al secondo posto stavano i bambini e al terzo io. Cinque anni fa ebbe un incidente, e io rimasi sola con una figlia di nove anni e un figlio che dipendeva ancora da me. E questo a Mosca nel 1995, dove nel frattempo da tre anni o più regnava l’anarchia e la vita diveniva di giorno in giorno più difficile.

Mia sorella nel frattempo conosce un italiano, un certo Mario. Ed è grazie a lui che ho ricevuto un visto e immediatamente mi sono ritrovata in Italia.

Un giorno infatti Mario mette per me un annuncio breve su un giornale italiano: "Donna tranquilla, 38 anni, cerca calore e attenzione, richiede poco. Non parla italiano". Arrivano 150 risposte. Mario le seleziona. Gli chiedo di scegliere un uomo maturo, preferibilmente con una casa in campagna. Spero che un uomo un po’ vecchio, all’infuori di un po’ d’atmosfera, di aiuto nell’orto, un buon pasto e una casa pulita, non pretenda tanto. Alla fine la scelta di Mario cade su un uomo di 60 anni, robusto e con occhi penetranti. Desta fiducia. Vado con lui, con quello che io chiamo "il mio zio italiano".

Lui ha una casa abbastanza grande, un orto, mucche, polli, cani alle catene e conigli in una gabbia di legno. Questo posto si trova un po’ fuori città. L’abitazione e le dipendenze sono vecchie e mantenute abbastanza male, piene di cianfrusaglie e oggetti fuori uso.

Penso che il mio italiano sia innamorato. Mi porta in giro per negozi, e naturalmente lui stesso sceglie e acquista le cose più urgenti, tutto a buon mercato. Le cose di prima necessità come la carne, le verdure e le uova provengono dalla produzione della fattoria.

Il modo italiano di mangiare è tanto diverso da quello russo. In Italia mi sembra che mangino pochissimo, ma grazie a Dio non sono una gran mangiatrice. Però in casa non c’è neppure il sapone e tanto meno lo shampoo: scopro che non gli piace lavarsi le mani e raramente fa la doccia.

Mia sorella mi consiglia di chiedergli di portarmi ad un grande magazzino per comprare qualche vestito e nel frattempo prendere anche sapone e shampoo. "Se ti farà fare questi acquisti senza storie, vuol dire che è un buon uomo", mi dice mia sorella.

Scelgo roba a buon mercato, un paio di scarpe economiche e anche il sapone e lo shampoo, arriviamo alla cassa, lui si volta. Io stessa devo pagare, e lì se ne vanno i miei ultimi soldi.

Il primo mese che viviamo insieme scorre veloce. Spero che voglia ospitare a casa mia anche mia figlia. Il periodo di prova è proseguito bene, lui mi accompagna anche alla polizia per regolare la mia presenza in Italia. Dopo, essendo in regola, faccio la visita dallo specialista, il quale mi assicura che devo mangiare di più, sono troppo magra.

Per colazione posso prendere solamente un caffè. Fa più freddo adesso, non ci sono più frutti, i polli che ha sono piccoli, ma fanno abbastanza uova. Le uova grandi si vendono, le piccole le mangiamo. Quando ne cuocio due, lui ne prende uno e lo butta tra i polli che l’hanno fatto, e quando voglio versarmi ancora una tazza di caffè, non mi da il permesso: "Costa troppo".

Un giorno arrivano ospiti. Lui esce. Ritorna con un pezzo di formaggio e delle salsicce. Magari, arrivassero tutti i giorni ospiti, penso rallegrata. Finalmente qualcosa di buono a casa. Non posso aspettare e prendo subito un pezzo di salame. "Fa sempre così", dice lui agli ospiti. Loro abbassano gli occhi. Sprofondo nella vergogna e non oso toccare più niente. Gli ospiti partono. Ciò che resta viene riposto.

Quando esce di casa, il giorno dopo, vado a cercare il formaggio. Non riesco a trovarlo da nessuna parte. La fattoria è grande, ci si può nascondere qualsiasi cosa facilmente. Trovo solamente una confezione di polvere su cui è stampato un teschio, e nello stesso armadio trovo anche una pagina di un vecchio giornale polacco. Per me, che vengo dall’Ucraina, è facile leggere il polacco. Vedo lui a figura intera. Una delle sue donne polacche racconta quali incubi ha vissuto e avvisa le altre di non avere fiducia in questo mascalzone.

Vivo come uno zombie, non so dove cercare, non so cosa devo fare. Ho fame e sono ammalata. Se mi gettassero un pezzo di pane sul pavimento lo mangerei come un cane. Ma questo non succede.

Quando gli chiedo qualcosa da mangiare, mi dice: "Levati dalle scatole. Ci sono tante altre straniere".

La fame è una sensazione terribile, ma ancora più spaventoso è che vuole sempre fare all’amore. Le poche volte che lui mi lascia fare la doccia esige di toccarmi e di fare altre porcherie. Mi vergogno a subire queste cose, mio marito non mi ha mai chiesto cose del genere. Mario, invece, mi spiega che sono una straniera e se racconto quello che lui fa nessuno mi crederà, e aggiunge "Basta che dica che mi hai rubato soldi, e andrai in carcere".

Siccome mangio troppo poco e dormo poco, divento insensibile. Per la prima volta ho pensato ad una corda. Non posso ritornare in Russia ed essere di peso ai miei figli, è meglio se m’impicco qui. Ma ho paura. Piano, piano, metto un po’ di veleno nel caffè e nel brodo. Per lui questo brodo è così gustoso che ne mangia tutti i giorni una mezza pentola. Le sue unghie diventano blu. I suoi capelli cadono. Un giorno si stende sul divano e dopo poco inizia ad uscirgli una schiuma bianca dalla bocca e gli occhi gli si rovesciano indietro. Ho avvisato la vicina di casa. Ora mi trovo in carcere

 

 

 

 

Che strano, non ricordo di aver  mai visto le tue scarpe

 

I malintesi, la rabbia, la gelosia, le parole dette senza ragionarci su in carcere si dilatano con tempi infiniti: litighi oggi con il tuo compagno, e devi aspettare fino al prossimo colloquio, una settimana, o due, o di più, per cercare un punto di accordo, un confronto, delle parole di scusa o di chiarimento: tutto faticoso, nella già faticosissima gestione di un rapporto di coppia. La lettera che Chicca scrive all’uomo che per dieci anni ha seguito di carcere in carcere è la testimonianza di questa fatica, di questa continua e rabbiosa ricerca di qualche attimo di intimità, di questa aspirazione impossibile a piccoli pezzi di felicità.

Caro M., se penso a noi due le emozioni sono ancora tante e mi accompagna sempre il continuo ricordare le carceri girate pur di vederti anche attraverso un vetro. Penso di aver lasciato tante impronte digitali nell’appoggiare le mie mani su quel vetro per avere un contatto freddo, ma che scaldava i nostri cuori. Mi domando come tu possa aver dimenticato tutto ciò, solitamente è il detenuto che viene lasciato dalla propria compagna o moglie, invece tu mi hai lasciata senza una spiegazione, un perché. Sai, quando eri nel carcere di Trani, anche se è un supercarcere, mi sembrava tutto più umano, dalla tua finestra vedevi il mare, quel mare che per te è vita, il mare della tua Puglia che tanto ami. Dopo tanto freddo e grigiore delle carceri del nord, ti sei trovato là, e io non sentivo la fatica di dodici ore di viaggio, perché il treno mi portava da te e dai tuoi occhi azzurri. In tutti i colloqui di quegli anni, in giro per le carceri di tutta Italia, quando tra noi c’era il vetro potevamo vederci solo a mezzo busto, e ora se chiudo gli occhi non ricordo di aver mai visto le tue scarpe. Se non c’era il vetro c’era il muretto e ci sedevamo sulle panche di ferro inchiodate al pavimento, e quando uscivo mi chiedevo: “Ma com’era vestito? Che pantaloni aveva? Di che colore?”. Che strani particolari mi vengono in mente, vero? Penso che solo se ami intensamente noti e senti queste cose, perché sono le uniche intimità che puoi viverti. Ho bisogno di rivederti nella mia mente ogni giorno, ma poi ho in testa solo un viso e uno sguardo che a ogni “ciao alla prossima” mi accompagna con malinconia e sofferenza per quel nuovo distacco dopo un’unica ora di colloquio.

Eravamo così lontani in quei colloqui, che per sfiorare le tue labbra ho dovuto aspettare che ti trasferissero al nord e ho aspettato ancora anni prima di potermi sedere a un tavolino con te, e finalmente quando è successo, in un carcere un po’ più umano, ho potuto stringerti le mani, guardare le tue scarpe, salutarti con un abbraccio quando ti vedevo… ma non è servito, non c’è stato il tempo per capire, per spiegarci, e ci siamo allontanati… quel cancello si è chiuso alle nostre spalle. Sarebbe bastato un po’ più di tempo al colloquio per non gettare undici anni di vita, ma hanno vinto la rabbia e l’orgoglio per parole mai dette.

Il mio cuore è sempre lì vicino a te, ma in questi anni ci hanno portato via il tempo e quell’affetto intimo e privato che non è riuscito più a riscaldarci e a tenerci uniti. Vorrei del tempo, delle ore per essere vicina a te, ma non vorrei più essere guardata, spiata, vorrei stare sull’erba con te a rotolarmi, vorrei riempirti di baci farti il solletico per strapparti un sorriso, quel sorriso che non conosco, e quei baci tanto sognati e desiderati.

Ma è bastato un malinteso, un non capirsi e non potersi chiarire perché il colloquio era ormai finito… e io amore mio non potevo vederti se non dopo una settimana… non potevo tornare a casa e con calma telefonarti, parlarti, spiegarti o allungare una mano sul tuo viso per una carezza e per vedere il tuo sorriso. Nel viaggio di ritorno solo rabbia e un’immensa solitudine e l’orgoglio ferito e una continua domanda: perché? Perché non mi capisci mai? Perché non mi sento il tuo amore, perché è così difficile amarmi? La rabbia e l’orgoglio poi mi hanno tenuta lontana da te, aspettavo di giorno in giorno una tua lettera… e così chiusi nelle nostre ragioni, nei nostri silenzi, il tempo è passato, e mi sono chiesta: come hai potuto dimenticare dieci anni di colloqui?

Quante sofferenze passate… Sì, forse tu non lo sai ma io ho sofferto con te, perché so quanto ami il mare, quanto ami l’aria e il sole sul viso e il vento; ricordo quando eravamo ragazzi e ti vedevo sfrecciare con la moto, e il mio cuore batteva, ed ha sempre battuto anche dopo, ogni volta che riuscivo a rivederti in un carcere del nord o del sud. Sì, ne ho girati di carceri, anche solo per poterti vedere attraverso un vetro, e il mio cuore batteva come a quindici anni. Ma tu ti sei dimenticato di come in questi anni ho salito di corsa le scale del tribunale anche solo per accompagnarti mentre ti portavano via, perché pensavo che la mia presenza per pochi attimi potesse alleviare tutte le tue sofferenze. Mi sentivo vicina a te e per me erano importanti gli attimi che riuscivo a vederti, per me eri tutto. Hai dimenticato quando stavi male e io sono corsa e ti ho visto nel letto di un ospedale, ma non eri come tutti gli altri degenti, no tu eri in un reparto bunker in un letto di ferro in un buco, controllato a vista, e che fatica far finta di niente, e doverti lasciare ancora una volta lì da solo. Quante lacrime in quei viaggi di ritorno, e quanta gioia nel contare i giorni che mi avvicinavano di nuovo a te.

Ora non so più quello che tu dici o pensi, ma so quanto ancora è lunga la tua carcerazione, e se nelle tue lunghe giornate hai un pensiero per me non allontanarlo, non allontanarmi

 

 

Uomini prima, detenuti poi

 

Ore 12.30 circa di un giorno di dicembre. Al telefono, la coordinatrice della mia scuola: “C’è bisogno di un corso di 40 ore al carcere”. CARCERE: 7 lettere sufficienti per costruire un muro, per allontanare chi ha sbagliato, per dividere i buoni dai cattivi. Che cosa c’entrava andare ad insegnarci? Eppure, accettai il lavoro immediatamente, con un’unica idea: quella di far nascere un fiore.

Dire sì a quel lavoro, in quel momento, era solo l’idea di riuscire a portare un fiore, mio, alla sua tomba. Il pomeriggio stesso consegnai la mia carta d’identità a scuola per i controlli che avrebbero dovuto fare su di me. Tutto era molto strano, ma non ci pensavo. Poi, all’improvviso, la paura. Io, una ragazza in mezzo a una decina di delinquenti. No. Non io. Un’amica alla quale chiesi consiglio mi disse: “Dovrai semplicemente essere te stessa”. Nella mia mente, il peso di quel semplicemente.

“Signorina, il cellulare?”. “Tutto a posto, l’ho lasciato in macchina”.

Camminavo lungo il corridoio con un solo libro a cui aggrapparmi, mentre alle mie spalle sentivo che i cancelli si richiudevano… Oggi tutte quelle mie emozioni fanno da cornice ad uno dei quadri più belli che mi è stato finora concesso di disegnare, e non solo nella mia vita di insegnante. Dietro quell’enorme muro di cemento, che circonda una piccola città fantasma, non ho trovato detenuti, ladri, vagabondi o delinquenti ma solo uomini. La loro normalità mi ha riappacificato con il mondo e mi ha fatto capire che è proprio vero che possono esistere errori, azioni sbagliate ma mai uomini sbagliati.

Gino Paoli, a proposito di un ladro, canta: “Se non mi andava bene con le canzoni, forse, ero dalla sua parte e c’era un ladro in più”. Lì dentro non mi sono mai sentita più brava o più intelligente, solo un po’ più fortunata. Stare accanto a loro mi ha divertito, interessato, commosso. Ho stimato la loro creatività e poesia. Ho assaporato i racconti delle loro esperienze, anche di vita quotidiana. Ho scoperto che una lettera dall’esterno o una visita sono come l’oro ma che la parola FELICITÀ è comunque troppo grande per poter entrare lì dentro.

Un giorno, essendo uscita di casa di corsa, non avevo con me il portafogli. Ad un certo punto, dovendo chiamare un’amica, mi avvicinai ad un ragazzo che chiedeva l’elemosina e gli chiesi 200 lire. Non dimenticherò il sorriso di quel ragazzo che contemporaneamente era stupito, divertito e, in un certo senso, grato. Quando esco da quel carcere mi sento un po’ come quel ragazzo: stupita, divertita e... grata perché loro mi fanno capire che davvero quando si pensa di donare, di insegnare, è proprio il momento in cui si riceve, si apprende.

Ogni volta esco con dei regali...

“Volevo dirti grazie, Samuela, perché qui parlando solo fra uomini ad un certo punto scopri che ti manca anche la voce di una donna”. “Quando imparo qualcosa di nuovo o quando mi fai sorridere riesco a scacciare i cattivi pensieri e scopro che un momento di gioia qui dentro vale più di qualsiasi punizione”. Regali, che non hanno bisogno di un fiocco colorato. E poi… Ti spiegano i loro tesori: le fotografie. Sai che non riesci a immaginarti quanto valgano per loro che ne hanno percorso e ripercorso ogni angolo. Ti raccontano le loro storie, a piccoli tratti, e ti domandi se hai il diritto di ascoltarle. Ti stupiscono. Uno di loro ha disegnato un bellissimo Gesù crocifisso su un piatto di plastica, con una matita. “L’ho disegnato la prima notte. Non posso dormire in una stanza dove non ci sia una Sua immagine”.

Ti rispettano. Non se ne vanno via senza averti prima stretto la mano. Un giorno uno di loro per ringraziarmi di aver preparato dei dolci si è dato un bacio sulla mano con la quale poi ha sfiorato la mia guancia. Gesti nuovi, al di là dei quali quando esco da quei cancelli mi capita di chiedermi se siamo noi a tener lontani quegli uomini, o il contrario. Ai loro sogni dedico le mie e le vostre emozioni.

 

 

L’insostenibile felicità del colloquio settimanale

Per chi sta "fuori" è difficile capire quanto conta un colloquio con i famigliari come ci si prepara prima, come si sta dopo…

Questa lettera  di Francesca, aiuta a comprendere le aspettative dell’attesa e le contraddittorie emozioni dell’incontro con i propri cari, il passare del tempo l’ossessione di vedere come le ore non abbiano la stessa durata: lunghissime quelle vissute in cella, beffardamente brevi quelle trascorse con la famiglia.

 

L’attesa di poter avere un colloquio con i miei genitori è la cosa fondamentale che mi tiene viva, viva solo per un’ora a settimana. Arriva il giorno tanto desiderato, sono sempre molto agitata e felice, mentre mi preparo già li vedo, li immagino proprio come di solito si presentano a me e io a loro. Sono in fibrillazione, il mio cuore batte forte, mi commuovo da sola, solo al pensiero di poterli vedere, abbracciare e sentirli vicini, scambiandoci come sempre tanto bene e solidarietà.

Il momento che aspetto è alle 15.30 del sabato, ma io sono sempre pronta prima davanti alla porta, passeggio e penso, li sento sono qui, vicino a me, una forte energia positiva mi sta avvolgendo. Spero sempre di poterli vedere tutti in giardino come è già accaduto due volte, perché il colloquio in giardino è molto più piacevole, lì possiamo abbracciarci, stringerci e loro possono quasi prendermi in braccio come una bambina, sì la loro bambina, mentre nella stanza colloqui è tutto più triste, comunque a me interessa vederli.

Mi accompagna l’agente, sono agitatissima, li vedo attraverso le sbarre terribili degli uffici, ci vediamo, ci sorridiamo di gioia e con la mano accenniamo un saluto e un bacio.

Finalmente aprono quella porta che ancora ci divide, tutti sorridenti ci corriamo incontro, c’è confusione ci abbracciamo tutti, non mi sembra vero, non riesco a credere a questo immenso piacere che ogni volta mi prende e mi travolge. Ci stringiamo le mani, sempre con la gioia di essere vicini ad esprimere tutto ciò che si reprime durante gli altri giorni. Loro mi parlano, mi guardano, io sono felice che siano con me, mi mancano già anche se sono lì.

Il tempo passa molto velocemente, dopo aver condiviso con loro i pochi gesti di affetto ci riuniamo tutti vicini vicini, ma il tempo passa. Parliamo di tutto, sempre mantenendo un contatto fisico.

Chiedo all’agente quanto tempo abbiamo ancora, è poco è troppo poco questo tempo. Ora sento un’altra sensazione, la separazione forzata, il distacco, lo sentiamo tutti, ce lo leggiamo negli occhi, che cambiano espressione, si incupiscono, esprimono la stessa forma di dolore: è ora di separarsi. Ci abbracciamo forte forte, ci baciamo e buone parole di conforto colmano un po’ questo vuoto che ci sta facendo male, molto male.

L’agente riapre quella orribile porta, la mia famiglia indietreggia, sempre rivolta a me, io non riesco a muovermi, anzi riuscirei, ma non posso, loro si allontanano sempre di più, il dolore e il male aumentano, ci salutiamo ancora con la mano e un finto sorriso.

Varcano quella porta, nel frattempo l’agente mi chiama, io non vorrei sentire ma è così. Sono in uno stato confusionale, la mia felicità e il mio benessere sono svaniti, se ne sono andati, io li cerco ma non li vedo più. Rimango in una condizione di forte dolore, vorrei anche interrompere il breve ricordo che mi ha fatto stare tanto bene per non soffrire di più. Qualche volta mi sembra che sia inutile avere un’immagine, un’emozione, una sensazione che ti dà piacere, quando poi non è così, non posso mentire a me stessa e tanto meno agli altri, sì io posso cercare di pensare in modo positivo, vedere le cose in modo che mi facciano soffrire meno, ma non basta, io per il novanta per cento del mio tempo sto veramente male, non sono mai stata così male come in questi tre anni di carcere. E se poi penso ai momenti belli, alla mia famiglia, al futuro, alle cose che mi fanno star meglio, troppo spesso succede che alla fine soffro ancora di più.

 

Francesca

 

 

 

 

Ricordo che per vedere il cielo dovetti allungarmi sul pavimento.

 

Quando si ha la mia età, 32 anni, si pensa che ormai ci sia poco che possa stupire, e tuttavia non riesco proprio a comunicare i miei pensieri sulla tragedia che mi ha colpito e che ha quasi annientato la mia libertà, perduta nel lontano novembre di due anni fa. Era una mattina d’autunno: l’arresto, l’ambiente che mi accolse sembrava "asettico" ed era illuminato anche di giorno da luci al neon. Espletato il rito della perquisizione e delle impronte digitali, dichiarate le generalità anagrafiche, sono entrato in quella che sarebbe stata la mia cella!

E qui è iniziato il passaggio in un altro mondo, chiamato "il pianeta carcere". Ciò che mi colpì per primo fu la polvere, padrona di tutto. Guardandomi poi attorno, notai un letto a castello, un armadio, un piano di ferro....il tutto imbullonato alle pareti; e ancora, c’era un materasso di gomma gialla, sporco, occupato in parte dal corredo per la notte. L’unica finestra guardava su un muro grigio che riempiva tutto il campo visivo: ricordo che per vedere il cielo dovetti allungarmi sul pavimento. Anche questo, in grisaglia beige, contribuiva col suo colore ad abbassare la temperatura. In un angolo della stanza c’erano inoltre un water, un lavabo con sopra uno specchio di plastica rigata.

Decine e decine di cartoline erano state incollate, forse per passatempo, alle pareti e poi, nel tentativo di strapparle, erano rimaste appese parti di paesaggi sereni. Così, come quei brandelli di cartoline spezzate e strappate, era in quel momento la mia esistenza, ero stato strappato e re-incollato in un modo non mio! Nello strappo avevo lasciato tracce di me in un’altra parete. Si avvicinava il buio e con il buio erano sempre più scuri i miei pensieri: "Perché non la soluzione ultima?". Ancor oggi mi sento vigliacco per averlo pensato.

Da allora, tolte alcune ore del giorno, vivo, o meglio vegeto, sempre chiuso in una cella di 12 metri quadri. Mi trovo al buio come fossi cieco, smarrito, stressato, non so mai cosa possa succedere da un momento all’altro. Mi arriva una speranza e poi… me la vedo portare via, e ancor peggio è il pensiero di cosa possa succedere "là fuori" ai famigliari, ai parenti, alle persone care.

Spesso mi sembra di guardarmi fare quello che sto facendo, qui di fuori, come fossi un altro io quello che osserva e pensa, un altro al sicuro, fuori da questo pianeta, e lui resta a guardare quel poveraccio che si trova in una tragedia del genere. L’unica ancora di salvezza psicologica è il pensiero di avere corresponsione di affetti. Credo infatti che non ci possa essere niente di più spaventoso che essere dimenticato.

La mia vita è fatta di attese e ora, qui, l’attesa è la vita. Mi trovo continuamente immerso in un dibattito interiore con la mia esperienza e coscienza, mi chiedo se c’è Dio, se c’è la giustizia divina, e poi cos’è giusto e cosa non lo è. A volte è come discutere sul sesso degli angeli, altre volte sono stanco di conversare con me stesso e mi soffermo ad osservarmi allo specchio e scopro, sempre più evidenziate, le impronte che questa detenzione lascia sui miei lineamenti: i capelli bianchi sempre più numerosi, gli occhi sempre più stanchi senza più quella luce giovanile che li rende vivaci. Sono però riuscito a modificare e fortificare un certo modo mio di essere, faccio di tutto per lasciar passare solo le emozioni positive, solo ricordi belli, conservati nella cassaforte della mia memoria.

Marco

 

 

 

 

Colloquio: un’ora di ossigeno vero

Sto camminando lungo corridoi e stanze impersonali, insieme ad altri 4 o 5 compagni; a volte ci scambiamo qualche parola, qualche battuta ma spesso non parliamo, perduti nei nostri pensieri, nelle nostre sensazioni ed emozioni così intense. Ecco siamo arrivati. Sono arrivato! Ed ora sono immobile davanti a questa pesantissima porta di ferro, ci sono attimi di silenzio assoluto, l’unico rumore è quello delle enormi chiavi dorate che aprono "Sesamo", l’unica possibilità di comunicazione tra me, in carcere, e il mondo dei miei affetti e la vita "là fuori".

Sono solo attimi, eppure il mondo sembra dissolversi, perdere la sua consistenza, la sua continuità di attimo che si succede all’attimo. Tutto è stranamente immobile, spazio e tempo.

Poi, come al rallentatore, vedo le mani dell’agente aprire lentamente ed il mio cuore all’improvviso comincia a battere all’impazzata; il sangue circola in maniera vorticosa viste le sensazioni strane che provo; un sottile strato di sudore mi imperla la fronte, mi bagna le mani e mi fa rabbrividire in tutto il corpo.

Dentro poi…! "Dentro" là dove hai i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti, il tumulto è indescrivibile, tutto si muove alla velocità della luce: viene, va scompare, ritorna… "Devo ricordarmi di dire questo… di chiedere quell’altro… di dire… di chiedere".

La porta è ormai aperta, quel diaframma, così insuperabile, tra me, i miei affetti e il mondo là fuori ancora una volta è scivolato via, mi lascia passare, mi dona un’ora di "ossigeno vero", un’ora in cui cercherò di accumulare dentro di me pensieri e sensazioni intense, positive, di ricevere gioia, serenità e allegria che poi porterò con me quando "Sesamo" con suprema indifferenza si richiuderà alle mie spalle ed io sarò rigettato in un mondo totalmente privo dei colori vivaci della speranza, della vera amicizia, del vero affetto che dà comunque e sempre e non chiede.

Sto entrando nella sala colloqui, cercando di mostrare indifferenza all’osservatore distratto, ma provando in tutto il mio essere fisico, emozionale e spirituale un’esplosione di vita, di felicità al pensiero dell’incontro e, nello stesso tempo, di paura, insicurezza, timore che qualcosa sia cambiato, che qualche notizia brutta stia per giungere.

Ogni mia cellula è inondata da fiumi di "sentire" in pieno contrasto tra loro; dentro brucio di felicità, provo serenità e sconvolgimento, vorrei parlare per tutto il tempo, porre infinite domande e ricevere infinite risposte; mi viene da ridere e da piangere, il cuore scoppia, il mio corpo è percorso da un leggero e continuo tremore che cerco di mascherare agli altri muovendomi, scambiando qualche frase… ecco lei è apparsa sulla porta; mi cerca con gli occhi, cerca me… e allora mi prende una stretta al cuore da farmi quasi male perché ho la sicurezza, anche per questa volta, che interesso ancora a qualcuno, che la mia vita significa ancora qualcosa per qualche persona "là fuori", che non sono stato dimenticato da tutti, che vale la pena andare avanti, lottare giorno dopo giorno per sopravvivere, per farcela. Siamo di fronte l’uno all’altra, il saluto gioioso e poi lei inizia con le novità; una parte di me sente ogni sua parola e ride con lei, si preoccupa con lei esegue ragionamenti ora facili ora complicati; e una parte invece è come se guardasse la scena non con distacco, ma in modo diverso: osservo le sue mani muoversi, la sua bocca parlare e sorridere, i suoi capelli svolazzare qua e la, seguo ciò che dice ma con minor coinvolgimento e così riesco a godere la delicatezza immensa di una scena familiare, anche se lei non è della mia famiglia. La mia anima finalmente in pace.

Lei si è fermata, non parla più, i suoi occhi mi stanno scrutando, guardando fissi i miei, entrando dentro… ha capito, dolcemente mi richiama: "Ehi Marco, non andartene via, resta qui con me per quest’ora!". Certo che resto qui con te; tu sei per ora il mio legame con "il mondo là fuori", sei la possibilità, attraverso il tuo credere in me, che anch’io creda e abbia fiducia in me stesso, che riesca a costruirmi col mio impegno una possibilità di futuro vivibile, positivo, accettabile.

Mi dici spesso: "Le parole acquistano valore solo quando sono corroborate dai fatti, altrimenti sono solo vuote parole, inutili e strane", e tu vieni da lontano per propormi il tuo messaggio di vita, di fiducia ...certo che resto con te per quest’ora di colloquio, ma resterò anche dopo, quando te ne sarai andata, quando "Sesamo" si sarà ancora frapposto tra me ed il mondo là fuori, quando tornerò in cella, fra quelle quattro mura grigie e piene di dolore.

Marco R.

 

 
 

Undici anni

Un giorno di settembre. Solo da cinque minuti, per la prima volta, ho sentito, da vicino, il rumore di un blindo appena chiuso. Sono nella mia cella. È l’epilogo di una giornata convulsa, di una realtà che debbo accettare, e l’inizio di una pagina "diversa", che mi segnerà per tutta la vita. Gesti automatici, finora visti solo in un film, diventano parte viva di me stesso. Quello più conosciuto: le braccia appoggiate sulle sbarre, il buio, fuori e dentro, la voglia di piangere, finalmente.

Il ricordo di mia moglie, e quattro bimbi, a casa, ignari di quanto accade. Indietro, indietro nel tempo, a ricordare immagini mai sopite. Undici anni. Ricordi da non considerare pagine della tua vita. Un lavoro di prestigio, l’errore commesso, l’abuso della tua posizione. Il bisogno disperato di denaro, quello che serve per aggiustare qualcosa o prolungare una vita. Sai che non devi farlo ma in quei momenti non c’è ragione, non rifletti, non vedi altro modo. Sembra facile, nessuno se ne accorgerà. Sai già che non è così ma devi correre il rischio, ponderi le tue azioni e, dentro di te, ti convinci che è quasi normale, giusto, ciò che fai. Importa solo il risultato, esiste solo il tuo problema, per il quale non c’è altra soluzione.

L’angoscia, la disperazione, l’ansia di quello che fai ti rode dentro, ma devi scacciare tutto. È primavera, primavera inoltrata. Un temporale violento, improvviso, che speravi non arrivasse, ti piomba addosso ed è come un tornado violento, devastante.

 

"Sappiamo tutto, dobbiamo ancora verificare, verrai chiamato al momento opportuno, ma, ora, non puoi stare qui." È questo il vero inizio di un incubo che sarà il tuo unico compagno di questi undici anni. Non ho mai imparato a conviverci. Cerchi sempre di scacciarlo, ogni cosa che fai o cerchi di fare è sempre in funzione di quello che senti dentro, inscindibile, scorre dentro di te e soltanto in brevi momenti si attenua. Ma solo per un attimo.

Gli avvenimenti, in rapida sequenza, ti travolgono, non hai neppure il tempo di pensare. La prima frustata arriva una mattina di luglio. Sono le 6 e 30, mi svegliano quattro portiere che si chiudono, e, un attimo dopo, il campanello. Sono subito in piedi, vedo le divise e vorrei credere che sto ancora sognando. Formalità di rito, fredde, crude ma mi trovo di fronte, comunque, a persone molto gentili. Sono bravissimi a rovistarti la casa e ogni oggetto che contiene, pur lasciando tutto in ordine. Portano via documenti di lavoro e tutto quello che riguarda la mia attività di pubblico dirigente.

Mia figlia (allora ne avevo solo una, oggi sono quattro) dorme, ignara, serena. La guardo e provo qualcosa tra il dolore e la gioia; il dolore di aver fatto tutto questo, la gioia è una promessa: "Non saprai mai, non voglio nascondermi, ma tu non dovrai soffrire per me". Sono frastornato, confuso, mi muovo come un automa, guardo assente tutto quello che accade intorno, nessuna reazione. Mia moglie è accanto a me, anche lei osserva, mi guarda, annuisce la sua comprensione. Da quel momento sarà l’unica persona che condividerà pienamente tutto questo susseguirsi di emozioni. Anche lei si rende conto che, da oggi, la nostra vita cambierà radicalmente. Ma so che è pronta ad affrontarlo.

 

Undici anni che seguono il loro corso, i giornali, la bramosia di sapere e conoscere, la vergogna che porti dentro, il volerti nascondere da tutto e tutti, gli sguardi della gente che prima ti osservava normalmente; ora credi che vogliano frugarti dentro, e tu abbassi lo sguardo, poi la voglia di fuggire, tornare dove nessuno ti vede. Il processo, i giudici, avvocati che urlano, cambiano, si rincorrono, chiacchierano, concordano. Guardo assente, quasi inebetito, quello che accade, delusione e speranza si susseguono, sorrisi, lacrime, paura. Undici anni occorrono per sentirti dire: "sei colpevole". La fine di ogni speranza, in un caldo settembre, prende forma nel coraggio di affrontare anche questo.

Forse proprio adesso inizierà la fine di un incubo. Penso all’ultima vacanza felice, trascorsa con i miei figli, solo qualche giorno prima, il mare, il luna park, mia moglie, i bambini. Per loro, tutto come prima, io e lei sappiamo che, al ritorno, dovremo mentire per chissà quanto tempo. Ormai è un’ abitudine. Pietose bugie per chi, come loro, non dovrà sapere; non ora, perlomeno. Un giorno, forse, avrò anche quel coraggio.

Piove, piove a dirotto quel 24 settembre. Se esiste una giornata tipica, per andare in carcere la prima volta, io ho trovato quella giusta. Ho già preparato la borsa, la notte prima, alle 2 del mattino. Ho dormito solo due ore. Un’ultima occhiata prima di chiudere. Poi il rito quotidiano, quasi metodico. Insieme, in silenzio, io e mia moglie prepariamo i biberon per i bambini, tre, tutti in fila; mia figlia grande è già in bagno: è quasi pronta per andare a scuola. È la prima che saluto: "Mi raccomando, tu sei una signorina, aiuta la mamma mentre sono via". Un bacio, come di consueto, ma quello vorrebbe essere non uno, ma mille. Non ho il tempo di nascondermi a piangere, arrivano gli altri due, mi corrono incontro, "buon giorno, papà", come ogni giorno, non sanno che oggi papà non potrà accompagnarli a scuola. Il groppo, inevitabile, nel pensarlo e la liberazione di un televisore acceso alle 7 del mattino, i primi cartoni animati. Anche l’ultima si è svegliata, nove mesi mi sorridono dal lettino, le manine tese per il bacio e la carezza. Gesti abituali, ma ancora non ti rendi conto di quanto ti mancheranno. Ecco, è tutto pronto. Quel nodo alla gola non vuole proprio attenuarsi, un dolore sordo al petto, un’ondata di lacrime da ricacciare indietro. Non ora, ti prego, avrai tempo, dopo, da solo, non di fronte a loro.

Nel breve tragitto verso l’uscio ho tempo di rivivere, in un baleno, emozioni, sensazioni, sentimenti, rabbia, gioia, dolore.

Il momento più brutto, con mia moglie. A te, che hai diviso il nostro silenzio con tutti, anche ora; dal silenzio dei tuoi occhi traspare la certezza che saremo vicini sempre; solo due parole, prima di scendere le scale: "teniamo duro, ce la faremo anche stavolta", e un abbraccio che non vorrebbe mai avere fine. Una forza nuova, la tua, mi spinge ad andar via. Per strada la solita vita, un’occhiata verso lo studio, poi, senza indugio affronto il prezzo dell’errore. In fondo, sono passati solo undici anni.

Paolo

 

 

  Si ringrazia la redazione di www.ristretti.it per aver concesso parte del materiale